L’articolo su Phuket era uno di quelli che non vedevo l’ora di scrivere. Non ero ancora ripartita che già avevo deciso come intitolarlo, come presentarlo sui social, quali foto usare… Alla fine ho dovuto cambiare tutto, perché ho talmente tante cose da raccontarvi che a stento bastano i due articoli che pubblicherò. A Phuket non avevamo nemmeno programmato di andarci, a dire il vero: nessuno dei due va matto per il mare, e nella mia testa questa destinazione voleva dire appunto solo spiaggia, unita a divertimenti che non rientrano esattamente nel nostro genere (siamo un po’ vecchi dentro, nel caso non si fosse ancora capito). Per di più era il periodo dei monsoni, non esattamente l’ideale per una meta insulare. Però avevamo tanto tempo a disposizione per la Thailandia, il volo da Singapore era comodo e l’idea di chiuderci in un resort per qualche giorno di solo relax non ci dispiaceva affatto, quindi abbiamo prenotato e siamo partiti, con l’idea di fermarci solo tre o quattro giorni. Alla fine siamo rimasti molto più a lungo, conquistati da questa parte di Thailandia, con tutti i suoi pregi e i suoi difetti, imbattendoci anche in un festival pazzesco: il festival vegetariano, del quale vi parlerò nel prossimo articolo.

Forse non tutti sanno che Phuket non è una singola località ma un’isola piuttosto grande, con due principali centri urbani: Phuket Town e Patong, dove soggiorna la maggior parte dei turisti – un po’ per la fama del luogo, un po’ perché qui non mancano servizi, ristoranti e collegamenti con le spiagge più celebri. Phuket Town è la città più grande, ma meno popolare di Patong perché non è direttamente sul mare. Non gode inoltre della reputazione di “luogo dove tutto è permesso” di Patong, con il risultato che si è sviluppata in maniera totalmente diversa; le case coloniali riconvertite in caffetterie, negozietti e guest house sono certamente più piacevoli per lo sguardo rispetto all’accozzaglia di edifici “eclettici” della città del divertimento – e i ristoranti sono di qualità migliore – ma sapete purtroppo che molti dei turisti che si recano in Thailandia cercano ben altro. Non credo di dover scendere in dettagli, vi basti sapere che la via più nota di Patong, Bangla Road, non è conosciuta per uno stile esattamente monacale. Con questo non voglio demonizzare la città, che richiama anche moltissime famiglie e persone che vogliono divertirsi in modo sano, ma le problematiche legate al turismo sessuale sono evidenti (anche se credo che a volte le guide e gli articoli che descrivono Patong praticamente come luogo di perdizione in Terra siano un po’ esagerati). Noi abbiamo pernottato qualche giorno a Phuket Town e qualche giorno a Patong, e la prima è senza dubbio la mia favorita; tuttavia è giusto sappiate che, se vi interessa andare in spiaggia tutti i giorni, la seconda è molto più comoda da questo punto di vista. Anche da Phuket Town si arriva alle spiagge, ma se non volete spendere una fortuna in taxi dovrete ricorrere ai lentissimi e scomodi mezzi pubblici; in questo caso, potete alternare al mare un tuffo in piscina, quasi sempre presente nei resort e hotel locali.

Sull’isola vi sono poi altri piccoli centri urbani, ma personalmente credo siano più adatti per permanenze di uno o due giorni, o rischiano di stufare per la minore offerta di servizi e ristoranti nei dintorni. Se volete comunque concedervi una notte in un resort al di fuori da Phuket Town e Patong, io consiglio Kata: le spiagge sono bellissime, più curate di quelle di Patong, ma non ci sente isolati come in alcune località dove ci sono splendidi resort, circondati però dal nulla o quasi. Escludo invece Karon, nonostante sia una delle mete più note di Phuket, perché temo abbia risentito molto del Covid; al momento della nostra visita era quasi tutto chiuso, e non sembravano chiusure a breve termine. Considerate comunque che, durante la stagione delle piogge, in alcuni tratti di mare le onde possono essere troppo forti per fare il bagno, mentre sono perfette per il surf, quindi informatevi prima sulle spiagge più adatte a seconda del periodo e delle vostre esigenze.

Per spostarsi sull’isola, una volta arrivati in aeroporto avete due opzioni: prendere un taxi oppure utilizzare l’autobus. A seconda della vostra destinazione, dovrete prendere l’Airport Bus (di colore arancione, per Phuket Town) o il Phuket Smart Bus (di colore bianco e azzurro, per le principali località lungo la costa ovest, tra le quali Patong, Karon e Kata). I bus sono estremamente economici, ma anche molto lenti e poco frequenti; non stupitevi se qualche corsa viene saltata, il trasporto pubblico ha ancora bisogno di molti miglioramenti. Al di là delle due rotte coperte da questi bus, dovrete affidarvi ai taxi o ai songthaew, i “bus collettivi” – che spesso sembrano più dei vecchi camioncini aperti sul retro – dislocati nelle città principali. Possono servirvi ad esempio per andare da Phuket Town alle spiagge sulla costa ovest, ma purtroppo anche questi sono estremamente lenti e non molto comodi; se volete risparmiare e non avete fretta, sono comunque una buona alternativa ai costosi taxi. E a proposito di costi, munitevi di contanti appena possibile, sull’isola sono praticamente l’unico metodo di pagamento accettato. Considerate che i cambiavalute non sono molto convenienti secondo la mia esperienza, meglio prelevare da sportello.

Per fortuna, con l’esclusione dei taxi, la vita a Phuket è molto economica: si può mangiare con pochissimo e soggiornare in resort con piscina a cifre sotto i 40€ a notte per una camera doppia. Vi posso però dire che il motivo principale per cui mi sono innamorata di Phuket è un hotel a due stelle, senza piscine, bar o ristoranti. Lo Shunli, a Phuket Town, è la struttura ricettiva che più mi è rimasta nel cuore in tutta la mia vita. È un albergo piccolo, senza fronzoli, ma la famiglia che lo gestisce fa sentire i propri ospiti coccolati come a casa della nonna; si percepisce un grande impegno dietro ogni cosa, dall’accoglienza alla pulizia – impeccabile -, dal comfort – equiparabile a quello di strutture di categoria più elevata – alla colazione. Non esagero, la colazione era il momento che aspettavamo di più ogni giorno: tutto era preparato con cura e variava ogni mattina, e non erano piatti pronti, ma deliziosi manicaretti thailandesi serviti sempre con un enorme sorriso. Io, che normalmente non riesco a mangiare nulla appena sveglia se non i cereali, cominciavo volentieri la mia giornata con riso, pollo, noodles o zuppe piccanti, ma soprattutto non vedevo l’ora di assaporare il freschissimo mango sticky rice che veniva preparato tutti i giorni, insieme al pang pia (credo si chiami così), dolcetto tipico di Phuket. Ancora me la sogno quella colazione, non so se ne troverò mai una paragonabile.
Ma del resto, uno dei motivi per cui dovreste andare a Phuket Town secondo me è proprio per il suo cibo: è buonissimo, economico e variegato, cosa che ho riscontrato molto meno a Chiang Mai e Bangkok, dove quasi tutti servivano gli stessi quattro o cinque piatti. Un vero peccato, perché la cucina thailandese è favolosa. Ecco quattro locali che dovreste provare se passate a Phuket Town:
• Lao Pa Sat, ristorantino-bistrot piccolo ma di ottima qualità
• One Chun, ristorante popolarissimo in città, che nonostante i molti posti a sedere e il menù infinito prepara ottimi piatti in porzioni abbondanti
• Roof Pudding, caffetteria dal design molto originale
• Campus Coffee, altra caffetteria di eccellente qualità, gettonatissima tra i giovani del posto
Se capitate a Phuket in occasione del festival vegetariano, non perdetevi inoltre le tantissime bancarelle, sono una gioia per gli occhi (un po’ meno per l’inevitabile bagno di folla).
E non abbiate paura della stagione delle piogge: comprate una mantellina antipioggia e tenetevi informati sul meteo per non imbattervi in situazioni potenzialmente rischiose, ma anche incappando in un monsone che sembra non finire mai sarà facile innamorarsi di Phuket, se non altro per la sua gente, qui ancora più meravigliosa che nel resto della Thailandia. Nel prossimo articolo, vedrete come questo popolo così sorridente e pacifico saprà stupirvi con un pizzico di follia.
