Nagasaki – assaggi di Europa e Cina in terra giapponese

Un quartiere cinese, una chiesa cattolica che domina la collina, una manciata di case coloniali, un’isola olandese, un vassoio di pastel de nata che fa capolino da una vetrina. Dopo secoli di scambi commerciali con portoghesi, olandesi, inglesi e cinesi proseguiti anche nel momento di massima chiusura del Giappone a qualsiasi contatto esterno, era inevitabile che l’identità di Nagasaki presentasse molte influenze straniere; peculiarità che la rende unica in una nazione tendenzialmente uniforme a livello culturale. La posizione privilegiata della città in una piccola penisola allungata sul mare la rende da sempre un porto naturale perfetto, che i suoi abitanti hanno saputo sfruttare a proprio vantaggio. Una posizione che però purtroppo non ha portato fortuna nel 1945: se Nagasaki non fosse stata un obiettivo strategico per la presenza di cantieri navali così importanti, probabilmente non sarebbe mai stata scelta come vittima della seconda bomba atomica. Eppure nella tragedia la sorte fu più favorevole a Nagasaki che a Hiroshima; la sua conformazione, parzialmente protetta da ripide colline, protesse parte della città, che dopo pochissimi anni poté cominciare la ricostruzione di quanto perduto e la rimessa in sesto di ciò che era sopravvissuto.

Una sosta al museo e al parco della pace di Nagasaki completa quella gemella a Hiroshima, offrendo una prospettiva leggermente differente sulla questione, forse più “aggressiva” e meno concentrata sul messaggio di pace. Ovviamente anche qui non mancano le toccanti testimonianze di chi visse il disastro in prima persona, ma il museo non è focalizzato principalmente su questo aspetto – come avviene a Hiroshima – e punta invece a fornire molte informazioni tecniche e storiche, senza trascurare qualche affondo agli Stati Uniti; la protesta contro le armi nucleari e chi ne dispone arriva inoltre forte e chiara. Se ne avete la possibilità visitate sia Hiroshima che Nagasaki per avere un quadro dettagliato della complessità del tema.

Il parco della pace di Nagasaki

Se Nagasaki è stata una città di cruciale importanza in passato, oggi è ancora sottovalutata dal turismo internazionale, che raramente si spinge nel Kyushu e ancora più difficilmente arriva fino alle sue estremità, complice anche la mancanza di collegamenti rapidi tramite shinkansen fino a poco tempo fa. Il suo fascino può apparire modesto a prima vista: mancano attrazioni di forte impatto come in altre località molto più gettonate. Ma la bellezza di Nagasaki va scoperta esplorando lentamente i suoi quartieri, godendo nel frattempo della varietà della sua cucina e della sua diversità dal resto del Paese. Al di là del già citato Museo della Pace e del parco adiacente, tappe imprescindibili per qualsiasi viaggiatore, c’è molto da fare.

Chinatown

L’accesso principale al quartiere cinese di Nagasaki

Se avete visto altre Chinatown in giro per il mondo, è possibile che quella di Nagasaki vi lasci un po’ delusi; dove sono il caos e gli odori delle Chinatown del sud-est asiatico? Dov’è il dedalo di vicoli labirintici pieni di strane erbe, amuleti e ciabatte di gomma? Nel quartiere cinese di Nagasaki non troverete nulla di tutto ciò: l’ordine e il rigore giapponesi hanno la meglio e razionalizzano il tutto. Eppure non c’è dubbio, una volta varcato il portale d’accesso quello non è più Giappone: l’architettura e l’atmosfera cambiano completamente, per quanto turistica sia l’esperienza. Il modo più indicato per esplorare questa zona, piuttosto piccola e girabile a piedi, è passando da un ristorante all’altro: provate i sara udon di Lao Lee per un assaggio della cucina tipica locale, fortemente influenzata da quella cinese.

Dejima

L’isola artificiale di Dejima, unico luogo dove la comunità olandese poteva risiedere ed effettuare i suoi commerci durante il sakoku, l’isolamento del Giappone dal mondo esterno

La piccola isola artificiale di Dejima oggi è stata incorporata all’interno del nucleo urbano moderno, ma all’epoca della sua costruzione, iniziata nel 1634, costituiva “l’isola di uscita” – questo significa il suo nome – dal territorio nipponico; prima di lei, il Giappone vero e proprio, dopo di lei, il mare aperto. In questa sorta di limbo venivano confinati i pochissimi stranieri a cui era concesso di rimanere nel Paese e commerciare, per evitare che avessero troppi contatti con la popolazione locale, eccessivamente aperta al messaggio cristiano. Proprio perché sospettati di aver alimentato rivolte tra le comunità giapponesi a maggioranza cristiana, i portoghesi vennero ben presto cacciati da Dejima, con grande vantaggio degli olandesi che diventarono i soli occidentali autorizzati a svolgervi le loro attività mercantili. La visita a Dejima non è particolarmente accattivante dal punto di vista estetico – gli edifici sono una ricostruzione piuttosto recente – ma è interessante perché permette di conoscere un pezzo di storia poco noto, quindi la consiglio. Ingresso: 520 yen.

Glover Garden

Un pizzico di Cina, un pizzico di Olanda, e perché no, ora anche uno di Scozia. La residenza Glover, all’interno dei giardini omonimi, è la più antica casa in stile occidentale sopravvissuta in Giappone; fu costruita per Thomas Glover, uomo d’affari scozzese che ebbe un ruolo importante nello sviluppo industriale del Paese, in particolar modo quello navale. Oltre alla sua residenza, i giardini ospitano le ville di altri personaggi di rilievo dell’epoca, ognuna con il proprio mix di influenze straniere e giapponesi. Dalla collinetta su cui sorgono i giardini si gode di una piacevole vista sulla baia di Nagasaki, dominata dai cantieri della Mitsubishi. Ingresso: 620 yen.

A pochi passi da Glover Garden troverete anche uno degli edifici religiosi più importanti della città, la Chiesa di Oura, edificata nel 1864 ma dedicata alla memoria di ventisei cristiani che vennero uccisi e martirizzati alla fine del XVI secolo. Proprio in quel periodo infatti una buona fetta della popolazione locale si era convertita al cattolicesimo a seguito delle missioni portoghesi, cosa non vista di buon occhio dallo shogunato; le tensioni sfociarono in vere e proprie persecuzioni, che obbligarono i cristiani giapponesi a professare la loro fede in segreto. Non è un caso quindi se nella prefettura di Nagasaki si possono incontrare chiese e minuscole cappelle anche in luoghi inaspettati, comprese spiagge e isolette nascoste, raggiungibili solo in barca; fuggire e rifugiarsi in luoghi remoti era l’unica possibilità di sopravvivenza. Oggi i “siti cristiani nascosti della regione di Nagasaki” sono parte del patrimonio UNESCO.

La chiesa di Oura. Nagasaki fu uno dei luoghi in Giappone dove il cristianesimo ebbe più seguaci

Le isole della prefettura

Il fascino di Nagasaki non si ferma alla vivace cittadina portuale: anche il resto della prefettura ha molto da offrire. Disseminate al largo delle coste occidentali e meridionali del Kyushu si trovano infatti moltissime isole, di cui molte fanno parte della prefettura di Nagasaki; si va dalle più piccole, placide e scarsamente popolate, alle più note Goto, rifugio di tantissimi kakure kirishitan durante le persecuzioni cristiane, fino ad arrivare a Tsushima, che ha ispirato il celebre videogioco Ghost of Tsushima con i suoi paesaggi meravigliosi. E come non citare Gunkanjima, vecchio sito minerario che per un breve periodo fu uno dei luoghi al mondo con la maggiore densità abitativa; oggi le sue rovine attirano turisti da tutto il mondo.

Non tutte le isole sono facili da raggiungere: alcune richiedono diverse ore di traghetto o aereo, e a volte sono più vicine a Fukuoka che a Nagasaki; spesso sorgono poi complicazioni anche per gli spostamenti interni, una volta giunti sul posto. Dopo l’esperienza di mare molto agitato tra Naha e Zamami di pochi giorni prima, noi non ce la siamo sentita di raggiungere le isole più remote per questa volta, ma i dintorni di Nagasaki danno comunque la possibilità di qualche piacevole passeggiata. A circa mezz’ora di traghetto dalla città per esempio c’è Iojima, che si può esplorare comodamente a piedi. Percorrete il sentiero fino al faro per godere di qualche delizioso panorama marittimo; poco prima di arrivare troverete anche un angolo ristoro self-service, dove potrete gustare diversi tipi di tè. Quando fa buio prende vita inoltre l’attrazione principale di Iojima, Island Lumina, un’esperienza interattiva che sfrutta luci e tecnologie multimediali per immergere il visitatore in una sorta di quest a tema fantasy.

Il faro dell’isola di Iojima, a breve distanza da Nagasaki

Se cercate una sistemazione a budget ridotto a Nagasaki io consiglio il Mezame Hostel: le camere sono ampie, le postazioni letto sembrano quasi delle mini-stanze private e la pulizia è eccellente. Di fianco all’ostello c’è anche un piccolo birrificio. Tra i locali nei dintorni provate Dai Hachi e assaggiate il suo ottimo champon, altro piatto tipico locale.

Nagasaki si raggiunge facilmente da Fukuoka e Kumamoto sia con il treno che con l’autobus. All’interno della città ci si sposta a piedi, con i bus o con il tram. Una piccola cabinovia collega infine la città alla cima del Monte Inasa; i giapponesi considerano la vista da questo punto panoramico una delle tre vedute notturne più belle del Paese. Una città che non finisce mai di stupire.

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