Il nostro meraviglioso viaggio di quasi un anno tra Europa e Asia finisce con questo articolo. Siamo arrivati all’ultima tappa di un percorso che mi ha dato tanto, mi ha insegnato a prendere la vita in maniera più rilassata e mi ha fatto incontrare culture, lingue, persone diverse. Ho aspettato impaziente il momento in cui avrei pubblicato questo ultimo capitolo, perché scalpitavo all’idea di condividere tutte le mie esperienze con voi. Al tempo stesso però ho rimandato e temuto questo giorno: mettere la parola fine alla nostra avventura significa essere costretta a realizzare che è terminata davvero. In realtà sono tornata alle incombenze quotidiane già da diversi mesi, ma finché ho potuto scrivere del mio viaggio una piccola parte di me è rimasta a fluttuare in un limbo fatto di valigie, partenze e panorami sempre nuovi. Forse quel pezzetto di me che passa da una destinazione all’altra e sogna continuamente di essere altrove non se ne andrà più, o probabilmente c’è sempre stato. Chi lo sa.
A concludere questo anno indimenticabile c’è una Kanazawa in fiore e un villaggio di Shirakawa un po’ fangoso. Nonostante l’aria sia ancora gelida, quando arriviamo a Kanazawa siamo nel pieno della fioritura; è l’inizio di aprile ormai, ma la città è situata più a nord di Tokyo e più vicino alle montagne, quindi i ciliegi vi sbocciano più tardi. Meglio per noi che possiamo assistere a questo spettacolo una seconda volta dopo Fukuoka. Per celebrare l’evento il Kenroku-en, uno dei giardini più amati del Paese, ha programmato un’apertura straordinaria serale, per di più gratuita. L’atmosfera è magica, grazie anche alla speciale illuminazione notturna che mette in risalto le nuvole di petali bianche e rosa. Centinaia di persone affollano i viali alberati, scattando foto e gustando piccoli snack da passeggio. Il giardino ci conquista al punto che decidiamo di tornare l’indomani, per ammirarlo alla luce del giorno: ne ammiriamo i dettagli che nell’oscurità ci erano sfuggiti e non rimaniamo delusi da questa seconda visita.


Ma Kanazawa non è celebre solo per il Kenroku-en; la città infatti è considerata da molti giapponesi come una “piccola Kyoto” per la sua importanza a livello culturale e architettonico. Ci immergiamo quindi tra le viuzze del higashi-chaya, il quartiere delle geisha, e di nagamachi, il quartiere dei samurai, per vedere se la bellezza locale può rivaleggiare con quella dell’antica capitale. Nel primo le case da tè (chaya) con il tipico motivo a grata sono perfettamente conservate e, anche se molte sono state riconvertite in negozi o ristoranti, ne rimangono alcune che continuano a ospitare spettacoli ed esibizioni delle geisha esattamente come in passato. Il quartiere dei samurai è più silenzioso e tranquillo, si sente solo il mormorio dell’acqua che scorre nei piccoli canali ai margini delle strade, l’eco dei passi sulla pietra e il cinguettio degli uccellini. Il profumo di muschio, terra e legno mi ricorda effettivamente la mia amata Kyoto per un breve attimo. Prima di andarcene scopriamo, un po’ nascoste, alcune residenze un tempo abitate dalle famiglie dei samurai di classe “inferiore”; l’ingresso è gratuito, ma sorprendentemente non c’è nessuno all’interno. I pullman di turisti si sono fermati ai grandi classici, difficilmente arriveranno qui.


La città avrebbe ancora molto da offrire: arte tradizionale e contemporanea si intrecciano nei tantissimi musei e laboratori di artigianato che attendono il viaggiatore curioso. Io non riesco però a togliermi di dosso la sensazione che gran parte di ciò sia ormai pensato per le comitive di turisti che affollano Kanazawa; non che ci sia qualcosa di male, ma non è quello che cerco. Ecco cosa mi aspetterei di trovare per esempio a Kyoto ma non credevo di trovare qui, i grandi gruppi del turismo di massa. Kanazawa dopo la magia della prima sera non mi convince del tutto, sembra uno di quei luoghi che non appartengono più a chi li abita, che vive in funzione degli stranieri di passaggio.
Tento di consolarmi da questa piccola delusione andando in cerca di un buon pranzo a base di sushi, curiosa di vedere se il pescato della città è all’altezza della sua fama. Ho letto che nel mercato di Omicho si possono trovare ottimi ristoranti di pesce, di cui alcuni relativamente economici, quindi voglio concedermi almeno un sushi come si deve prima di tornare in Italia. Anche questa purtroppo è una delusione, mangiamo bene ma nulla di eccezionale… Forse in questo caso sarebbe stato meglio puntare a un ristorante meno economico. Per fortuna per andare abbastanza sul sicuro – e per sistemare una giornata storta – c’è sempre il ramen: a Kanazawa trovo Taiga e Usuigu, locali ottimi che propongono versioni non banali del mio amato piatto. E quando voglio cambiare c’è Turban Curry, dalle porzioni super generose.

Kanazawa è la nostra base di partenza anche per raggiungere il villaggio di Shirakawa, nella prefettura di Gifu. Dal giorno in cui avevo visto una foto delle tipiche casette con il tetto di paglia, patrimonio UNESCO, sognavo di andarci, ma non ci ero mai riuscita a causa della distanza; questa volta non ho problemi di tempo, non posso farmi scappare questa opportunità. In poco meno di un’ora e mezza di bus siamo arrivati a destinazione, e il villaggio non è gremito come temevo. Molte delle case sono più grandi di quanto immaginassi, alcune ristrutturate e rimesse a nuovo, altre un po’ dimesse, ma tutte con l’inconfondibile architettura in legno e il tetto spiovente in paglia, che protegge l’edificio dalle abbondanti nevicate invernali. All’interno di una piccola caffetteria apprendo che la tecnica di costruzione non prevede l’uso di chiodi ma un gioco di incastri tra le travi, mentre la paglia dei tetti viene intrecciata con metodi tradizionali tramandati da una generazione all’altra; ecco spiegato perché Shirakawa-go, insieme ai villaggi circostanti, è entrato a far pare del patrimonio dell’umanità.

Con il senno di poi, non abbiamo scelto il periodo migliore: l’inverno con la sua atmosfera da fiaba e l’illuminazione notturna è già passato, ma non fa ancora abbastanza caldo per ammirare la vallata rigogliosa, ricca di verde, con le sue risaie allagate; i colori tendono tutti al marroncino e i campi sono fangosi. L’esperienza però è piacevole, e mi lascia il ricordo di un Giappone diverso, un’altra sfumatura di questo Paese che amo sempre di più. Ora è tempo di rientrare, ci aspetta solo qualche ultimo giorno a Tokyo prima di ripartire per l’Italia.
Il racconto di questo anno di avventure termina qui. Sicuramente non sarà l’ultimo viaggio, ma probabilmente sarà l’ultimo in cui posso permettermi di non avere piani precisi su quando tornare a casa e dove andare, in cui posso essere davvero libera di seguire i miei desideri senza preoccuparmi del domani. Un anno nel quale sono stata felice, se la vera felicità si può raggiungere. Spero di essere riuscita a trasmettervi qualcosa in questi mesi, e soprattutto di avervi messo tanta, tanta voglia di viaggiare. Per adesso, sayonara.
